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Condizioni ambientali e salute respiratoria formano una coppia inscindibile. E al variare delle prime varia, inesorabilmente, la seconda. Per questo è utile sapere come l’ambiente italiano sta cambiando. A raccontarlo, attraverso dati e misurazioni che lasciano ben poco spazio all’interpretazione, è l’Istituto Nazionale di Statistica (Istat), che in una recentissima pubblicazione della collana “Storie di dati” dedica un lavoro proprio a “L’ambiente e l’energia”. Andiamo per punti:

Calano i campi, aumentano i boschi
Nell’ultimo secolo la superficie agricola è calata dal 70% del 1925 a poco meno del 40% del 2025. Contemporaneamente la superficie forestale è cresciuta da poco meno del 20% al 33,6%. Tra i maggiori Paesi UE è la Francia ad aver mantenuto la maggior percentuale di territorio a uso agricolo; in Spagna circa il 50% del territorio è a bosco, e quella “artificiale” (edifici, strade, ecc.) è al minimo tra i Paesi presi in esame (Francia, Spagna, Germania e Italia, appunto). In Germania le foreste totalizzano  l’8% del territorio, in Italia soltanto il al 6,5%.
“Questi cambiamenti riflettono l’evoluzione dell’economia in ambito agrario, l’aumento delle aree destinate a insediamenti produttivi e infrastrutturali, la crescita demografica e il fenomeno dell’urbanizzazione – scrive Istat- Oggi oltre nove residenti su 10 vivono nei centri, mentre nel 1931 più di un quarto della popolazione presente (26,4%) era distribuita nelle frazioni comunali, ossia al loro esterno”.

Il clima muta, ma come?
Tra 2006 e 2023, rispetto agli anni 1981-2010, tra i 21 capoluoghi di Regione italiani i giorni estivi (temperatura massima maggiore di 25°C) sono aumentati da 101 a 114, mentre le notti tropicali (temperatura media mai inferiore ai 20°C) da 38 a 49. Tra il 1940 e il 2026 la temperatura media del mar Tirreno e dell’Adriatico è cresciuta di oltre 1°C, “a una velocità doppia rispetto alla media globale, confermando il Mediterraneo come area di particolare vulnerabilità climatica” scrivono gli esperti Istat. Rispetto al decennio 1991-2020, nel 2024 le temperature al suolo sono state più alte di +0,7°C a livello mondiale, ma in Italia di 1,3°C e in Europa di 1,5°C (con 2022 e 2023 in Italia anni più caldi da quando si effettuano le misurazioni). Naturalmente la tendenza è incrementale nelle aree urbane, a causa delle cosiddette “isole di calore”, e se a Roma la temperatura media cresce di circa 3 gradi dall’inizio degli anni ’80 a oggi, a Berlino, Madrid e Parigi cresce “solo” di 2 gradi.
Qualche “buona notizia” arriva però sul fronte della qualità dell’aria, visto che l’emissione di gas serra, che in Italia ha raggiunto il picco di anidride carbonica (CO2) nel 2005, è diminuita negli anni successivi, assestandosi nel 2024 a quasi il 30% meno del 1990. Come? Semplice: la quota di emissioni dell’industria è calata notevolmente, mentre cresce il peso del terziario e dei trasporti. Invariata la quota relativa al riscaldamento domestico, anche se con una forte contrazione delle emissioni.
Riguardo a queste ultime, le cadute più vistose si sono registrate in concomitanza con la recessione del 2009 e del 2012-13, e con il COVID-19 nel 2020. Nel 2021 la prevedibile ripresa, controbilanciata però dalla crescita delle energie rinnovabili, che hanno raggiunto i ¾ del totale contro una media dell’Ue inferiore al 60%, superando l’obiettivo del 65% fissato per il 2012 nel 2022.
Rispetto al 1930, nel 2025 il consumo di energia in Italia è oltre nove volte maggiore, e passa da da 15 a 140 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio-Mtep.
Strano? Affatto: il 2025 totalizza una popolazione pari al 150% di quella del 1931, il Pil è decuplicato e i consumi – è sotto gli occhi di tutti – sono cresciuti in maniera esponenziale.
Sostanziali le differenze anche nelle fonti di approvvigionamento: se negli anni Trenta a guidare la classifica erano legna e carbone, dopo la Seconda guerra mondiale inizia l’età del petrolio, e nel ventennio 1953-1973 – quello del boom economico - i consumi si moltiplicano per sette. Ma non dura: negli anni Settanta le crisi petrolifere, e nel 1987 il “NO” al referendum per il nucleare aumentano i consumi di gas naturale: il petrolio resta in pole position, ma tra 2005 e 2024, la quota delle rinnovabili sale dal 7 al 21%.
Il massimo storico dei consumi di energia si registra nel 2005, con 192 Mtep. Da allora è calo progressivo, sia per la contrazione delle attività industriali sia per l’efficientamento energetico, la crisi demografica e gli inverni più miti legati al climate change. L’Italia resta però, tra i Paesi europei, quello che ha la maggiore dipendenza dall’estero in materia di approvvigionamento energentico.
“La produzione di energia elettrica, passata tra il 1924 e il 2024 da 0,6 a 23,3 Mtep, mostra cambiamenti dello stesso segno, ma più accentuati. Nella prima metà del Novecento all’idroelettrico si affianca il termoelettrico, dapprima utilizzando il carbone e nel secondo dopoguerra il petrolio, che nel 1973 copre i due terzi della produzione elettrica – si legge nel testo del lavoro Istat - In seguito si aggiunge il gas naturale, che arriva a rappresentare il 55,0% del totale nel 2007; nel 2024 le rinnovabili coprono quasi la metà della produzione, puntando ai due terzi nel 2030. Il restante fabbisogno è garantito dal gas e dalle importazioni (4,8 Mtep)”.

Trattamento dei rifiuti verso la circolarità   
In Italia nel 2024 ogni abitante ha prodotto 508 kg di rifiuti urbani per abitante: un aumento dell’11,2% a partire dal 1996, cui però ha fatto fronte una gestione notevolmente migliore: la quota di rifiuti diretta in discarica, inizialmente pari all’83%, è scesa al 15%, un valore inferiore alla media UE. È invece aumentata dal 5 al 18% la quota di rifiuti destinata all’ inceneritore, e dal 6 al 55% quella del riciclo e del compostaggio. Un aspetto virtuoso cui si contrappone la quantità di rifiuti prodotti nei capoluoghi, pari a 546 kg/ab nel 2024, e quindi sopra la media nazionale.  

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