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A presentare il XXXIV “Rapporto Annuale. La situazione del Paese", alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il 21 maggio scorso a Roma, c’era il Presidente Istat Francesco Maria Chelli. Che ha illustrato davanti alla platea delle grandi occasioni – questo Rapporto cade nel Centenario dell’Istituto Nazionale di Statistica, fondato ufficialmente nel 1926 – una fotografia dell’Italia in evoluzione, suddivisa in quattro capitoli principali: “Economia e ambiente”, “Popolazione e società”, “Capitale umano e sociale” e “Ruolo nella conoscenza nell’evoluzione del sistema economico”.
Tra le pagine del volume emergono, tra i tanti, spunti d’interesse sul fronte della salute respiratoria in Italia: ne abbiamo identificati alcuni

Cambiamenti climatici, tra caldo ed eventi estremi
Nel mondo il 2025 – numeri alla mano – è stato il terzo anno più caldo dal periodo preindustriale, con temperature superiori di 1,4°C rispetto ai livelli di riferimento. L’Italia? Non fa eccezione, dato che i 21 capoluoghi di Regione, nel biennio 2022-2023, hanno fatto registrare le temperature medie più elevate dal 1971 (circa 16,6°C), affiancate dalla crescita degli eventi estremi: nel periodo 2000-2024 si sono infatti verificate ben 188 alluvioni nelle principali città italiane, con Milano, Genova e Roma tra le più esposte. Peggiorate nello stesso periodo anche ondate di calore, con un’anomalia media di 28 giorni estivi e 22 notti tropicali oltre la soglia climatica soltanto nel 2023.
In realtà, a fronte di tanti disastri, qualche dato positivo c’è: “Negli ultimi anni le azioni di mitigazione si sono indirizzate in particolare sulla produzione di energie rinnovabili e sulla forestazione urbana. In Italia, nel 2024 la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili ha raggiunto il 49,6 per cento del totale (134,4 TWh), grazie anche al raddoppio della potenza fotovoltaica installata nell’ultimo decennio. Nei centri urbani, dove si concentra circa un quarto dei consumi finali di energia elettrica nazionale, la potenza del rinnovabile solare è cresciuta del 95,8 per cento rispetto al 2015 – dicono gli esperti Istat - Sul fronte della forestazione urbana, 68 Comuni capoluogo hanno avviato interventi per contrastare il fenomeno delle isole di calore e migliorare la qualità ambientale delle città, portando la superficie complessiva di tali Comuni destinata alla forestazione a quasi 16 milioni di metri quadrati (+35,0 per cento nel 2024 rispetto al 2013). Infine, a mostrare segnali positivi è anche la mobilità urbana, con una riduzione del potenziale inquinante delle autovetture, in particolare nei capoluoghi del Nord e del Centro”.

L’Italia invecchia, le nascite sono sempre meno
Che l’età media degli italiani cresca senza sosta è risaputo. A testimoniare il fatto che questo accada a ritmo velocissimo è il XXXIV Rapporto Istat: “Al 1° gennaio 2026 l’età media della popolazione residente è di 47,1 anni, in crescita di quasi due mesi e mezzo rispetto all’anno prece dente. I giovani fino a 14 anni costituiscono l’11,6 per cento della popolazione, mentre gli individui di 65 anni e più, aumentati dell’11,3 per cento in un decennio, sono arrivati a rappresentare il 25,1 per cento del totale” scrivono i ricercatori Istat.
Pochi dati, dunque. Sufficienti, però, a tracciare il ritratto di un Paese più proiettato nel passato che nel futuro. A peggiorare il quadro, infatti, c’è la situazione dei nuovi nati: “Il calo delle nascite, che si associa a un’età media al parto elevata (32,7 anni, nel 2025), è alimentato, oltre che dalla minore propensione ad avere figli, anche dalla ridotta consistenza delle generazioni in età riproduttiva, sempre meno numerose nella popolazione – prosegue Istat - Nel 2025, le nascite si attestano a 355 mila unità, in calo del 3,9 per cento rispetto all’anno precedente; il numero medio di figli per donna tocca un minimo storico di 1,14, collocando l’Italia tra i Paesi europei con la fecondità più bassa. Le donne diplomate o laureate, in particolare, presentano livelli di fecondità meno elevati e calendari riproduttivi più tardivi, con una concentrazione delle nascite in un intervallo di età più ristretto. In questo contesto, si riduce la quota di 18-49enni che esprimono l’intenzione di avere un figlio (dal 50,7 per cento del 2003 al 45,3 per cento del 2024), frenati principalmente da incertezze economiche e lavorative”.

La salute, regno delle diseguaglianze
E un quadro demografico così problematico si riflette, inevitabilmente, anche sull’assetto sanitario del Paese. “Nell’ultimo trentennio si è registrato un progressivo miglioramento delle condizioni di salute degli anziani, sempre più istruiti e orientati a stili di vita salutari” affermano inizialmente, cautamente positivi, gli esperti Istat. Ma non è tutto oro (anzi, argento) quel che luccica: “Con l’ingresso nell’età anziana delle numerose coorti di baby boomer, sta tuttavia aumentando la quota di popolazione affetta da multimorbilità (almeno due malattie croniche): nel 2025 si tratta del 22,8 per cento della popolazione che vive in famiglia, pari a 12,8 milioni di persone. Una quota simile dichiara limitazioni nelle attività quotidiane – si legge nella presentazione del Rapporto 2026. E qui si affacciano le prime diseguaglianze. Perché “Il carico di malattia, visto attraverso le lenti del titolo di studio, mostra una forte polarizzazione: tra i meno istruiti, il rischio di limitazioni gravi aumenta del 72,0 per cento rispetto ai laureati”. Non è tutto. Perché anche l’aspettativa di vita risente, in modo chiaro, della consuetudine coi banchi di scuola: “Anche la sopravvivenza della popolazione mostra differenziali significativi per titolo di studio. Nel 2022, la speranza di vita a 30 anni è inferiore di 4,2 anni tra gli uomini con basso livello di istruzione rispetto ai laureati, e di 2,8 anni tra le donne – dicono all’Istat - Queste differenze sono attribuibili in gran parte alle disuguaglianze nella mortalità tra i 30 e i 69 anni per cause come tumori, malattie cardiovascolari e morti violente”.
Poi, non bastasse, a creare ulteriori disuguaglianze entra in gioco la componente geografica: perché secondo i dati del Rapporto, un trentenne poco istruito che abita nelle Isole italiane ha una speranza di vita residua più bassa di 5,7 anni rispetto a un coetaneo laureato del Nord-est. E la situazione peggiora ulteriormente nelle Aree Interne, dove abita più del 20% degli italiani: nel 2023, infatti, gli under 75 residenti in un’Area Interna hanno mostrato tassi di ospedalizzazione, spostamenti fuori Regione per le cure e tassi di mortalità più alti, e un minore ricorso alle prestazioni ambulatoriali rispetto agli abitanti delle Aree centrali, soprattutto al Sud.
Differenze queste, che per stessa ammissione dell’Istituto “riflettono anche disuguaglianze strutturali nell’offerta sanitaria territoriale. Il finanziamento effettivo del Servizio Sanitario Nazionale (131,3 miliardi nel 2023 e 136,7 miliardi nel 2024) presenta differenze regionali significative, associandosi a un’allocazione delle risorse che non risulta proporzionale al bisogno potenziale della popolazione – affermano i ricercatori Istat - Regioni con alta prevalenza di cronicità, come Calabria e Basilicata, ricevono finanziamenti pro capite inferiori alla media, e situazioni analoghe si riscontrano nella spesa socioassistenziale dei Comuni, che nel 2023 si attesta a 76 euro per abitante del Sud contro i 177 euro del Nord-est”
E se sul fronte dei servizi sociali per anziani il calo di spesa tra 2013 e 2021 (pari a oltre 80 milioni), è stato seguito da un aumento a partire dal 2022 e nel 2023 (quando i Comuni hanno speso 61 milioni di euro in più, pari al +4,7 per cento rispetto all’anno precedente), il progressivo invecchiamento demografico ha causato una riduzione della spesa media pro capite (passata dai 105 euro del 2013 ai 96 del 2023), facendo oltretutto registrare differenze consistenti tra le Regioni: il Sud, infatti, spende meno del 50% rispetto al Centro e al Nord-Ovest.

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Per consultare i grafici interattivi del rapporto Istat 2026 cliccare QUI

Alessandra Rozzi
Redazione Respiro.News

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