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A Torino, da domani al 2 marzo torna in scena CioccolaTò, che in piazza Vittorio Veneto e per la prima volta in modo diffuso nella città celebrerà il legame secolare e indissolubile tra il capoluogo sabaudo e il cioccolato: un alimento che – attenzione: nella sua variante fondente – è noto per le proprietà benefiche legate all’abbondante presenza di flavonoidi con funzioni antiossidanti e protettive del sistema cardiovascolare. Se un consumo moderato di questo alimento può quindi aiutare la salute, ripercorrerne la storia che lo lega a Torino rappresenta un viaggio affascinante nella storia del gusto e della cultura.

Cioccolato e salute
Il cioccolato fondente, grazie al suo contenuto in cacao, è una delle fonti alimentari più generose di flavonoidi, preziosi antiossidanti presenti negli alimenti di origine o derivazione vegetale fondamentali per il nostro benessere, soprattutto vascolare. E tanto maggiore è la percentuale di cacao contenuta nel cioccolato, tanto aumenta la presenza di flavonoidi: e se 100 grammi di fondente ne contengono 50-60 mg (con un quantitativo paragonabile a quello dei frutti di bosco), in un etto di cioccolato al latte ce ne sono solo 10 mg, mentre nel cioccolato bianco sono addirittura pari a zero. La loro importanza? Ai flavonoidi vengono riconosciute la capacità di limitare gli effetti negativi associati a colesterolo alto (in particolare LDL), ipertensione, alti livelli di infiammazione, invecchiamento delle pareti vascolari, e una forte capacità protettiva nei confronti di patologie come aterosclerosi, infarto e ictus. Recenti studi, inoltre, testimoniano come il cioccolato sia importante anche per ritardare l’invecchiamento cerebrale. 
Certo, non è tutto oro quello che luccica: grassi e calorie nel cioccolato (sì, anche in quello fondente) abbondano, e solo di qualche conforto è il fatto che i grassi del cioccolato siano classificati tra quelli “buoni” (si tratta di acido oleico, acido stearico e acido palmitico in parti uguali). Un etto di cioccolato contiene all’incirca 500 kcal, poco meno di una pizza (intera) o di un piatto di lasagne. Quindi la parola d’ordine resta una: moderazione.
A Torino, legata al cioccolato da una storia secolare all’insegna dell’eccellenza, questo prezioso alimento viene celebrato dal 27 febbraio al 2 marzo, in piazza Vittorio Veneto, dalla nuova edizione di CioccolaTò, autentica kermesse del cioccolato che compie nel 2025 20 anni di vita, accompagnandosi, come sempre, a storie e leggende che è interessante ripercorrere. 

La nascita della cioccolata in tazza
Una vecchia leggenda racconta che la prima tazza di cioccolata calda d’Italia sia quella offerta ai torinesi dal duca Emanuele Filiberto di Savoia – il cosiddetto Testa di Ferro - che nel 1563 trasferì la capitale del Ducato da Chambery a Torino. In realtà non si sa se la cosa sia realmente accaduta, ma è senz’altro singolare che al cioccolato venga assegnato un ruolo centrale nella mitologia di quella che, di lì a tre secoli, sarebbe diventata la Casa Reale italiana. Insieme al rango di capitale, alla lingua italiana introdotta al posto del latino e, qualche anno dopo, alla Sindone, i Savoia avrebbero all’attivo, insomma, anche l’introduzione del cioccolato. Ma proseguiamo con la storia.

Giò Antonio Ari: il primo cicôlatè
La prima licenza per la vendita del cioccolato mai accordata risale al 1678: è quella concessa dalla Madama Reale Maria Giovanna Battista di Savoia-Nemours a Giò Antonio Ari, il primo Maestro Cioccolatiere legalmente riconosciuto come venditore al pubblico di cioccolato, vero iniziatore di questa tradizione a Torino. Sebbene già diffusissima in tutte le corti europee, la cioccolata era stata fino a quel punto boicottata da voci che la indicavano come "bevanda malefica" e causa della gotta che aveva colpito Carlo V e Filippo II d’Asburgo. Del resto, ancora oggi, dire a qualcuno che ha fatto una figura da cioccolataio, non è esattamente un complimento. Questa prima “patente” da cicôlatè, però, fu un importantissimo passo in avanti per la diffusione della cioccolata anche agli strati più bassi della popolazione e per l’instaurazione, nella capitale sabauda, di quella che sarebbe diventata una delle più pregiate tradizioni cioccolatiere d’Europa.

Il bicerin che piaceva a Cavour
Nato nel Settecento nell’omonimo caffè di Piazza della Consolata come evoluzione della settecentesca bevanda bavareisa, allora di gran moda, il bicerin si compone di caffè espresso caldo, cioccolato e crema di latte secondo proporzioni segrete. È servito in bicchieri o calici di vetro che permettono di vedere i singoli strati: il segreto per assaporarlo al meglio, infatti, è non mescolarlo, lasciando che le varie componenti si fondano tra loro direttamente sul palato, con le loro differenti densità, temperature e sapori.         
Il rito originario prevedeva che al bicerin venissero affiancate le stisse, altri tre bicchierini ognuno contenente un singolo ingrediente, in modo da poter personalizzare la bevanda, ma già nell’Ottocento si preferisce servirlo in un’unica soluzione. Pare, tra l’altro, che Camillo Benso Conte di Cavour ne andasse matto, e che l’idea dell’Italia Unita sia nata nei caffè storici della città di fronte a un profumato bicerin.

Napoleone, il Carnevale e la nascita del gianduiotto
Nel 1806 Torino è annessa alla Francia da quattro anni e Napoleone istituì il Blocco Continentale, che proibiva alle navi provenienti dalle colonie britanniche di approdare nei porti del suo Impero. Per questo a Torino, e in tutta l’Europa napoleonica, diventò sempre più difficile accedere al cacao. E così che i pasticceri torinesi aggirarono il problema, ricorrendo a un prodotto che in Piemonte abbondava: la nocciola tonda gentile delle Langhe, che finì per prendere il posto del cacao nelle preparazioni dei cioccolatieri della città. Perché a questa invenzione fosse dato il nome di Pasta Gianduja, anche in forma di gianduiotto, occorrerà attendere il 1865, quando – era Carnevale - in occasione del Carnevale, fu Gianduja, la maschera della città, a distribuirne ai passanti, legando così il suo nome a quello del cioccolatino più famoso di Torino.
Oggi,160 anni dopo, il gianduiotto è stato riconosciuto come prodotto IGP. E non a caso Cioccolatò - progetto di Camera di commercio di Torino e Città di Torino con il supporto di Regione Piemonte e delle associazioni di categoria, organizzato da Turismo Torino e Provincia - torna a Torino proprio alla vigilia del Carnevale.

Un museo e un trenino dedicati al cioccolato
Per l’edizione 2025 l’iniziativa torinese si rinnova, e la kermesse coinvolgerà anche altre prestigiose sedi museali e palazzi storici cittadini che ospiteranno circa 70 appuntamenti. Uno tra i tanti?
Il Museo del Cioccolato e del Gianduja, in via Paolo Sacchi 42: nei sotterranei della storica pasticceria Pfatish, infatti, è possibile scoprire i processi di fabbricazione e visitare una collezione di oltre 700 oggetti che ripercorre la storia del cacao dai Maya al Novecento, approdando al gianduia, attraverso esperienze interattive e giochi. Durante la visita è prevista una degustazione, ed è disponibile – su prenotazione - un laboratorio dove creare tavolette e praline personalizzate sotto la guida dei maestri cioccolatieri. Sempre da Choco-Story (questo il nome del Museo) parte anche il Choco Tram, iniziativa di ATTS, Associazione Le Vie del Tempo, e Associazione Officine Ianòs: un tour per le vie di Torino a bordo di un tram dei primi Novecento, dove ascoltare storie e aneddoti sulla storia di Torino, del cioccolato e dei trasporti urbani su rotaia.

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