di Caterina Viganò
Tratto dalla rivista Respiro

Nell’ultimo decennio l’uso di internet è diventato parte della vita quotidiana di tantissime persone anche grazie alla possibilità di connettersi dallo smartphone e alla diffusione di aree wifi free. Ci si connette per condividere
quotidianità, foto, storie e meme sui social, per trovare un indirizzo, una notizia, una ricetta o un ristorante, per prenotare un treno o una vacanza, per registrare tramite app le proprie perfomance sportive o i consumi della propria auto, come pure per lavoro e per studio. Forse Goldberg, il primo studioso che nel 1995 ipotizzò, quasi per scherzo, che si potesse arrivare alla dipendenza da internet non poteva neanche immaginare a cosa saremmo arrivati. In una percentuale che va dall’1 al 19,8% della popolazione si può parlare di uso problematico della rete, con una media europea intorno al 10%, mentre nelle nazioni del Sud Est Asiatico si supera
il 20%. Se si parla di Dipendenza da Internet, definita come Internet Addiction Disorder (IAD), la prevalenza non supera il 3% delle persone che hanno accesso alla rete. Percentuali maggiori si riscontrano nella popolazione giovanile: circa l’8% degli adolescenti nei paesi occidentali fa un uso patologico grave del web. In Italia la prevalenza di IAD si attesta tra il 2 e il 5% degli studenti.
Secondo diversi studi il dato nei paesi del Sud Est asiatico arriva al 20,3% in Corea del Sud, al 26,7% a Hong Kong, mentre in Cina circa l’11%degli studenti è dipendente
dalla rete.

Ma cosa si intende per “dipendenza” e “uso problematico di internet”?
La Dr.ssa Kimberly Young nel 1996 coniò i primi criteri per definire la dipendenza da internet trovando nelle persone affette molti aspetti in comune con un’altra dipendenza “senza sostanza”, quella da gioco d’azzardo patologico: “un errato uso di internet, con impulso irrefrenabile a collegarsi, che provoca danno o sofferenza biologica clinicamente significativi, tentativi ripetuti di ridurre il tempo online, menzogne sull’uso della rete, pensieri e fantasie relative alle attività in rete, riduzione del funzionamento scolastico o lavorativo” a cui si associano aumento dell’ostilità e dell’aggressività, la rinuncia delle attività nella vita reale, la riduzione delle funzioni cognitive e di concentrazione, un aumento dello stress e la riduzione del benessere psicofisico1.
Per uso problematico si intende di solito un elevato tempo di permanenza online non giustificato da motivi di studio o lavoro, manifestazioni somatiche varie come dolori alla schiena e agli arti, secchezza agli occhi, ridotta acuità e accomodamento visivo (astenopia), sintomi di irritabilità alla sospensione, sintomi di depressione, alterazioni dello stile di vita e della alimentazione. La comparsa di ansia e depressione è stata segnalata da diversi studiosi internazionali e nazionali, tra cui il gruppo di ricerca dell’Università degli Studi di Milano, coordinato dal Prof. R. Truzoli che, in collaborazione con il Prof. Reed della Swansea University2 ha dimostrato che in soggetti giovani con uso problematico della rete, alla sospensione del collegamento compaiono non solo reazioni transitorie del Sistema Nervoso Autonomo, quali aumento della frequenza cardiaca e lieve aumento della pressione arteriosa, ma anche sintomi di ansia e depressione, come succede a soggetti con abuso di sedativi in astinenza. Questa evidenza suggerisce che l’uso problematico di internet avrebbe gli stessi effetti sul sistema nervoso di alcune sostanze psicoattive.

Come si diventa dipendenti?
La letteratura internazionale è concorde nell’affermare che i fattori che portano all’uso problematico e alla dipendenza sono molteplici. Nell’Internet Addiction Disorder (IAD) un fattore che favorisce l’abuso è rappresentato dalla facilità e dalla rapidità con cui può essere ripetuta o protratta l’esperienza online, tali aspetti divengono elementi indiretti di rinforzo, oltre che stimoli per l’instaurarsi di una condotta di tipo compulsivo. In
ogni caso la presenza, in tutte quelle forme di IAD, del fattore comunicazionale può far ipotizzare una modalità di dipendenza specificatamente legata alla comunicazione: in questa situazione l’individuo dipendente sarebbe quindi un soggetto che ha difficoltà a comunicare, che ha una nozione spazio-temporale alterata e che cerca incessantemente un mezzo per esprimere o superare il proprio malessere e la propria difficoltà. Come in tutte le dipendenze ha un ruolo anche la predisposizione biologica della persona. È noto che in persone “vulnerabili” i circuiti cerebrali coinvolti nelmeccanismo della ricerca di ricompensa, della gratificazione e del piacere sembrano attivarsi in modo diverso rispetto a chi non è predisposto o in chi non abbia familiarità per altre dipendenze. Su questa predisposizione biologica andrebbero poi ad agire fattori psicologici che portano all’uso della rete come unica dimensione della propria realtà o come sistema compensatorio a una realtà poco gratificante. Alcuni studi hanno messo in evidenza come il rischio di sviluppare la dipendenza sia maggiore in soggetti con difficoltà psicologiche, disturbi di ansia e depressione, problemi relazionali e difficoltà comunicative con i coetanei, per i quali internet diventa un modo per superare questo malessere. Fra le personalità più a rischio ci sono le persone che evitano i contatti sociali (timidezza patologica o personalità evitante) o le persone che appaiono chiuse e distanti perché hanno difficoltà a stabilire relazioni stabili, gli individui non interessati alle relazioni sociali, come le personalità schizoidi, per le quali la rete diventa un sostituto che può però aumentare il livello di solitudine e di isolamento.
A rischio sono anche personalità con alta tendenza al controllo, particolarmente attratte dalla tecnologia che amplifica questa loro ricerca del controllo su tutto (dove andare, cosa fare, cosa leggere, applicazioni per tutto).
Questo potere a volte è solo illusorio ma determina un aumento incontrollato del tempo online che influisce sulle altre occupazioni della vita. Altra caratteristica che potrebbe aumentare il rischio di sviluppare la dipendenza
è la presenza di bassi livelli di autostima. La rete è uno specchio magico illusorio che può aiutare a superare vissuti di inadeguatezza ma che, per sua stessa natura, fa perdere il senso del tempo.

Social e personalità
Il ruolo dei social, soprattutto di quelli in cui è possibile postare immagini, selfie o storie (Facebook, Instagram, Snapchat) sembra inoltre amplificare alcuni tratti della personalità come quello narcisistico. Il narcisismo è
una caratteristica della personalità che comporta la ricerca costante di grandiosa visibilità, la presunzione di superiorità e la tendenza a strumentalizzare gli altri per i propri obiettivi. In un recente studio condotto da un gruppo di ricerca dell’Università degli Studi di Milano3 condotto su giovani tra i 18 e i 34 anni, si conferma che l’uso dei Visual Social Media nelle persone con tratti narcisistici amplifica la percezione di essere al centro dell’attenzione, il senso di gratificazione e condiziona la ripetizione del comportamento, grazie alla mancanza di una censura reale in rete, cosa che non avviene negli altri soggetti. In rete queste persone possono presentarsi in modo grandioso e realizzare fantasie di onnipotenza, allontanandosi sempre più dalla realtà e creando i presupposti perché i tratti narcisistici si amplifichino sino a diventare prevalenti ed evolvendo, se presenti altri determinanti personologici, in un sempre maggiore uso della rete sino alla dipendenza.
A queste caratteristiche di personalità si può associare anche la FOMO che è una sindrome ansiosa determinata dalla “paura di perdere la connessione” che si ritrova più facilmente negli utilizzatori problematici di internet.
Anche la presenza di disturbi psichici quali depressione, disturbi di ansia, disturbo da deficit di attenzione e iperattività (ADHD), reazioni aggressive e abuso di sostanze, può influire sulla comparsa del disturbo ma anche essere conseguenti allo stesso, come evidenziato nel 2016 da un gruppo di ricercatori dell’Università di Pittsburg: in un ampio gruppo di giovani americani tra i 18 e i 32 anni all’aumentare del tempo di uso dei social si associava un aumento del rischio di depressione. Ma il rischio non riguarda solo i giovani. In uno studio di screening condotto su tutte le prime visite di pazienti adulti afferenti ad un ambulatorio di secondo livello per il trattamento dei disturbi depressivi in un centro metropolitano, il 10% presentava un uso problematico di internet.4
Da questo come da altri studi si evince come, in presenza di alterazioni del sonno, sintomi depressivi e di ansia, aumento della irritabilità, problemi nel funzionamento sociale, scolastico o lavorativo, è sempre utile pensare anche a questa problematica emergente.

Diagnosi e trattamento
Ad oggi criteri diagnostici univoci per fare diagnosi di dipendenza da internet non sono stati ancora raggiunti.
Nel Manuale Diagnostico Statistico della Associazione di Psichiatria Americana (ultima edizione DSM 5 del 2013) si parla con chiarezza solo della “dipendenza da videogiochi online”. Sono tuttavia disponibili online e in italiano alcuni test di screening validati per identificare se si è a rischio, come l’Internet Addiction Test (IAT). Il trattamento della dipendenza digitale è per lo più di tipo Psicologico Cognitivo Comportamentale. I farmaci
sono indicati solo laddove coesistono delle comorbilità come disturbi di ansia o depressione 5,6.
Da qualche anno diversi centri specialistici si stanno occupando del problema offrendo consulenze e indicazioni di trattamento. A Milano, presso il Centro Trattamento Disturbi Depressivi dell’Ospedale Sacco, è attivo un ambulatorio specifico dedicato al trattamento della IAD.
Infine sono molto importanti gli interventi di prevenzione condotti nelle scuole e con le famiglie, al fine di fornire adeguati strumenti, sia ai ragazzi che ai genitori, per “una guida sicura nella rete”.

di Caterina Viganò
Tratto dalla rivista Respiro

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