Smart working, didattica a distanza, tra le tante abitudini che Covid-19 ha cambiato, per molte persone c’è stato anche il modo di lavorare e studiare. Lavoratori e studenti si sono ritrovati improvvisamente iper-connessi, costretti a passare diverse ore al giorno tra meeting e riunioni su piattaforme come Zoom o Skype. Un surplus di attività online che può affaticare enormemente il cervello, come ha spiegato, nella rassegna culturale del Comune di Milano Salute, la parola alle scienziate, la professoressa Michela Matteoli, docente di farmacologia in Humanitas, direttrice dell’Istituto di Neuroscienze del CNR  e coordinatrice del Neuro Center di Humanitas.

Perché lo smart working è così stancante?

“Dopo una giornata di riunioni online, una via l’altra, la sera siamo esausti, ci sentiamo svuotati: tutto questo succede perché il nostro cervello è costretto a fare un lavoro a cui non è abituato”, spiega la professoressa Matteoli.

“Quando facciamo una riunione ‘dal vivo’, siamo in grado di notare e elaborare una serie di segnali, come la gestualità e l’espressione del nostro interlocutore; inoltre, mentre ci concentriamo sulla persona che sta parlando, la nostra visione laterale ci consente anche di vedere le reazioni delle altre persone che partecipano alla discussione. In questo modo il nostro cervello è in grado di comprendere come vengono recepite nostre affermazioni e abbiamo la possibilità di elaborare delle strategie per modulare l’output, quindi quello che stiamo per dire, in relazione all’input che ci arriva dall’esterno”.

Nei meeting online questo processo non può avvenire: con la visione ‘a griglia’ dei partecipanti non si ha modo di cogliere la gestualità o i cambi di espressione della persona con cui si sta parlando e di chi partecipa con noi allo scambio. Si perde completamente la componente sociale. Ogni tanto è addirittura complicato capire chi, tra tutte le persone presenti, abbia preso la parola. Senza contare che nelle riunioni online si vede anche il proprio viso, mentre normalmente non siamo abituati ad avere feedback delle nostre espressioni”, sottolinea la docente. Questo ci distrae e ci pone in una situazione di disagio e di ansia da prestazione.

Possiamo parlare di una vera e propria sindrome?

“Su National Geographic è stato coniato il termine Zoom fatigue, cioè affaticamento da Zoom, che è una delle piattaforme più utilizzate per questo tipo di riunioni. Però non possiamo parlare di sindrome, perché questo tipo di affaticamento non danneggia il cervello. La stanchezza deriva dall’essere sottoposti a una quantità maggiore di informazioni e dalla necessità di fare una decodifica di una serie di segnali, che di fatto non riusciamo a percepire: è quello che viene chiamato sovraccarico cognitivo

Una sensazione simile si prova quando si sta a lungo su un social network, perché le informazioni si susseguono rapidamente, provocando una sorta di rumore di fondo, e il cervello fa un grande sforzo per riuscire a identificare le informazioni davvero importanti. È in questo modo che si genera quella che viene chiamata brain fog, ‘nebbia mentale’, che corrisponde a una mancanza di concentrazione e di focalizzazione”, approfondisce la professoressa.

E la soluzione? “Abituarsi a usare questi strumenti con più moderazione, perché la nostra capacità di concentrazione è limitata. Si devono contemplare delle interruzioni e, quando è possibile, alternare la video-call con una semplice telefonata”. 

La didattica a distanza: rischi e potenzialità

La didattica a distanza è una modalità di insegnamento che apre a nuove possibilità. “Registrando la lezione frontale e permettendo agli studenti di guardarla in autonomia si può impiegare più tempo in attività differenti, di verifica per esempio, o di discussione. 

Però nel caso di ragazzi molto giovani, delle medie o dei primi anni di liceo, bisogna organizzare questo tipo di didattica con moderazione, perché richiede una capacità di autocontrollo e una concentrazione molto elevate. Inoltre, quando si parla di bambini e adolescenti la componente sociale è molto importante”, spiega la docente.

“Nel periodo che va dall’infanzia all’adolescenza il cervello si modifica. Le sinapsi, che sono il sito di comunicazione tra i neuroni, continuano a formarsi anche nel periodo post-natale e si arriva ad avere il massimo numero di sinapsi formate intorno ai 12-14 anni. Poi comincia il processo di eliminazione sinaptica, che va avanti fino ai 22-23 anni. In questo periodo, le connessioni nel cervello che vengono utilizzate diventano sempre più efficienti, ma se non vengono esercitate a sufficienza, potrebbero non sopravvivere al processo di eliminazione sinaptica. Insomma, in questo periodo il cervello si disegna in quella che sarà la sua struttura finale, quindi è un momento essenziale per la formazione dei ragazzi. È importantissimo che siano sottoposti a tutti gli stimoli possibili, che sono certamente culturali, ma anche sociali”.

Anche le sinapsi possono infiammarsi

“Le sinapsi sono alla base di tutti i fenomeni di apprendimento e sono una struttura estremamente plastica”, approfondisce la professoressa Matteoli.
“Nel cervello c’è una popolazione di cellule immunitarie, che chiamiamo microglia, che è fondamentale affinché il sistema nervoso si sviluppi nella maniera corretta. La microglia è coinvolta in molte malattie neurodegenerative, come la demenza, ma anche in patologie del neurosviluppo. Infatti, è proprio la microglia che si occupa del processo di eliminazione delle sinapsi in eccesso durante l’adolescenza. Nel mio laboratorio, infatti, abbiamo iniziato a studiare in che modo l’infiammazione vada a influenzare la funzione delle sinapsi e come questo possa determinare o aggravare le malattie del cervello”, conclude la docente.

Fonte: humanitas.it

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