“Questa è la nostra ora più buia ma ce la faremo” ha esordito così, parafrasando Churchill, il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, in occasione di una recente conferenza stampa. I primi tre mesi del 2020, caratterizzati dal diffondersi dell’epidemia del COVID-19, comunemente detto coronavirus, rimarranno impressi in maniera indelebile nell’immaginario collettivo. Esisteranno nelle nostre vite un pre e un post COVID-19.

Mesi difficili, drammatici, dai quali però possiamo imparare molto. In primis, ad apprezzare quella “normalità” che davamo per scontata e di cui, a volte, ci lamentavamo, la libertà degli studenti di frequentare le scuole e le università con i loro coetanei, di comunicare con gli insegnanti guardandoli negli occhi e non attraverso uno schermo. La libertà di uscire, andare al lavoro, prendere un mezzo pubblico o andare a cena in un ristorante senza paure e senza guardare con sospetto gli altri avventori. Ora siamo tutti chiamati a uno sforzo collettivo, un impegno e una serietà indispensabili per far fronte a questa emergenza che nessuno avrebbe mai potuto immaginare anche negli scenari più catastrofici. Ci viene chiesto un cambio di prospettiva, di guardare le cose da un altro punto di vista: il bene comune viene prima del bene individuale.

È fondamentale far capire ai cittadini come, sebbene il rischio individuale di incorrere in conseguenze serie sia moderatamente basso, tale rischio, moltiplicato per il numero di persone esposte al virus, può diventare molto alto al punto da essere non più gestibile da parte del servizio sanitario nazionale, già fortemente messo alla prova dall’emergenza in corso. Nel caos mediatico, a dominare deve essere il richiamo alla responsabilità individuale, al rispetto delle misure restrittive indicate dagli esperti. Ad alcuni potrà sembrare un’esagerazione ma i numeri non mentono e indicano un preoccupante diffondersi dell’epidemia. L’isolamento o comunque il limitare gli assembramenti, i luoghi affollati o, più in generale, le interazioni umane, rimane l’unica strada percorribile se vogliamo contenere il numero dei contagi. Siamo di fronte al diffondersi di un virus che non conosciamo e che non ci lascerà in tempi brevi.

Un’altra cosa che abbiamo imparato è il valore inestimabile della sanità italiana. Una sanità pubblica, dai caratteri universalistici, che consente a tutti i cittadini, indipendentemente dal loro reddito, di essere curati e non dimentichiamoci che essere curati è un diritto, non un privilegio.
Stiamo parlando della stessa sanità a cui negli anni sono state sottratte risorse economiche e umane. Quella sanità bistrattata alla quale nel 2017, secondo i dati dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE), è stato destinato l’8,8% del Pil nazionale contro una media europea del 9,8%. E ora, nello stato di emergenza in cui ci troviamo i reparti di terapia intensiva sono al collasso, con fatica riescono a rispondere alle elevatissime richieste di posti letto e di assistenza. Le Pneumologie che negli anni hanno vissuto una riduzione di posti letto ora si trovano a dover fronteggiare un’emergenza senza precedenti.

Non dimentichiamo poi che i pazienti più gravi richiedono un’assistenza complessa. Talvolta devono essere intubati o necessitano di apparecchiature che offrano loro un supporto di ossigeno per contrastare le difficoltà respiratorie. Medici, infermieri e tutti gli operatori sanitari stanno dando prova di grande professionalità e impegno sottoponendosi a turni massacranti e a sacrifici enormi per se stessi e per le loro famiglie.

Ricordiamocene quando questa emergenza sanitaria sarà finita. Ricordiamoci di ringraziare chi ha salvato tante vite pur lavorando in condizioni non sempre ottimali.
Ricordiamoci di chi ha affrontato l’emergenza in prima linea con spirito di sacrificio e di abnegazione profonda.

Il virus ci impone una pausa. Un’occasione per riscoprire il senso di comunità e della famiglia, di appartenenza e nel contempo il valore delle relazioni. Quelle fatte di abbracci e di condivisione reale, non mediate da telefonini o chat virtuali. Quelle che oggi ci sono, in parte, precluse. Quello che ora possiamo fare, oltre a seguire le direttive degli esperti evitando situazioni che ci possono esporre al rischio di contagio, è cercare di trovare le cose belle anche in un periodo così buio. Un’opportunità per fare ciò che sappiamo fare meglio di come abbiamo mai fatto. Con più passione e impegno. Così non solo vinceremo la paura ma ne usciremo più forti di prima. Pensiamo a ciò che possiamo fare per noi stessi e per gli altri. Ciascuno nel proprio ambito. Ce lo hanno insegnato i ragazzi di Torino che si sono offerti di andare a fare la spesa per gli anziani che abitano nel loro condominio.

E come ha ricordato Papa Francesco nei giorni scorsi: “Stasera prima di addormentarvi pensate a quando torneremo in strada. A quando ci abbracceremo di nuovo, a quando fare la spesa tutti insieme ci sembrerà una festa. Pensiamo a quando torneranno i caffè al bar, le chiacchiere, le foto stretti uno all’altro. Pensiamo a quando sarà tutto un ricordo ma la normalità ci sembrerà un regalo inaspettato e bellissimo. Ameremo tutto quello che fino ad oggi ci è sembrato futile. Ogni secondo sarà prezioso. Le nuotate al mare, il sole fino a tardi, i tramonti, i brindisi, le risate. Torneremo a ridere insieme”.

Chiara Finotti
Giornalista
Coordinamento di redazione rivista Respiro

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